E se ci facessimo due bocconi in favela?

E’ mezzogiorno a Rio e il sole risplende nel cielo, fa caldo, e la spiaggia è a due passi dal mio albergo. Ma oggi la spiaggia aspetta, oggi ho deciso che faro’ qualcosa di diverso, oggi andro’ a vedere coi miei occhi se una favela è davvero cosi’ come la descrivono.

Ho un pò di ansia sinceramente, ma perchè? Alla fine sto andando con un tour organizzato, perchè ragazzi, mai, o meglio, MAI vi venga l’idea di farvi una passeggiata in favela da soli.

Ho deciso che non mi porto nulla. Macchina fotografica nacosta in tasca e 50 real “giusto per”. Mi tolgo anche la collanina d’oro che porto sempre al collo, regalo dei miei genitori, perchè “non si sa mai”. Pero’ fa caldo, quindi mi metto gli short in jeans, la canottierina sbracciata e scollacciata e non mi curo di poter attirare sguardi “indiscreti” su di me, ma l’iphone lo lascio a casa….

Salgo su un pulmino in compagnia di altri 10 turisti, tutti inglesi, e mi chiedo se anche loro hanno la mia stessa sensazione di ansia senza capire esattamente quale e perchè.

Capisco subito che stiamo arrivando a Rocinha, sia perchè inizia una serie di curve in salita e il mio stomaco, per quanto allenato, ne risente sempre, sia perchè le case iniziano a essere “diverse”. I pali della luce hanno tutti i fili in vista, un po’ come nelle foto delle nostre città subito dopo la guerra. Un intreccio fitto di fili che rende quasi impossibile vedere le finestre delle case.

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In giro c’è parecchia gente, tanta gente. Grandi, piccoli, ragazzi, ragazzini. Ogni faccia racconta una storia, ogni sguardo colpisce. Ma la guida dice di non guardare nessuno, di non fare foto, di non fermarci per nessun motivo e rimanere con il gruppo. Allora io cammino a testa basta, sbriciando con la coda di entrambi gli occhi tutte le immagini che posso “rubare” e fotografare nell’anima.

Ma qui sembra essere la fiera dei cinque sensi, e anche l’odore ti colpisce e quasi ti entra nelle vene. Le fogne  sono quasi a cielo aperto. L’odore è fortissimo e in alcuni punti l’acqua sporca esce dai tubi, e devi fare zigzag per passare e non sporcarti, e io ringrazio me stessa per non essermi messa le infradito!

Quello che ti colpisce è la “normalità” della vita qui. Sì, perchè tutti lavorano, perchè tutti hanno un tetto dove dormire, perchè quasi tutti hanno la luce e perchè tanti hanno la parabola sul tetto, tanti hanno internet e tutti hanno il cellulare.

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Incrocio una coppia presa per mano, avranno vent’anni, lei è incinta, e lui ha un sorriso, fiero e felice di chi diventerà padre, lo puoi capire dai suoi occhi. Mi chiedo come sarà la vita di quel bambino, mi chiedo se la mamma e il papà saranno felici di far nascere e crescere il loro bambino li’ a Rio, li’ a Rocinha.

La mia passeggiata in discesa continua, ci fermiamo ad ascoltare un gruppo di ragazzi, età massima 15 anni. Petto al vento, costume e qualcuno in infradito, altri scalzi… Strimpellano un tamburo fatto con una grossa latta vuota, tre bambini corrono verso di noi e si dilettano in passi di samba, con tutta l’energia, la spensieratezza e la pazzia che solo i bambini possono avere. Io penso a mio nipote quando fa lo stesso, e penso che potrebbero andare molto d’accordo.

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Poco più giù entriamo in una casa, che oltre ad offrire una vista mozzafiato sull’oceano ospita una mostra di quadri fatti da ragazzi che vivono in favela. Quadri semplici e colorati, che trasmettono energia, gioia, vita, positività. E per un momento l’odore di fogna sparisce, e mi accorgo di quanto, forse, non siamo così diversi.

Continuiamo la passeggiata e ci fermiamo alla Bottega do Maria. E’ la classica bottega di paese, in stile anni ’80, piccola ma fornita. Una tavola imbandita di lecornie brasiliane dolci e salate per poche manciate di real. Mi butto sull’ unica dove le mosche non si sono appoggiate, anche se, mosche a parte, le avrei mangiate tutte, ovvio!  E’ una mousse di acai fatta in casa, strabuonissima. La faccio fuori in tre cucchiai e subito tiro fuori altri 3 real e provo la mousse al maracuia, stessa delizia. Mi guardo intorno e la stessa farina di mandioca che avevo visto la mattina al supermercato qui costa solo 15 real, contro i 50 del supermercato e i 3 pound di Londra. Il caffè pure. Ottima qualità per poche manciate di real.

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Poco più giù, nel cuore della movida di Rocinha, la via pullula di negozi, negozietti, bar e ristoranti. Sono le  due del pomeriggio e nonostante il caldo c’è già parecchio movimento. I bar sono affollati, i ristoranti pure. L’odore di fogna inizia ad allontanarsi e il profumo di arrosto ti viene incontro.

Mi chiedo come si possa mangiare in un ristorante in favela, e se il mio intestino reggerebbe mai un pasto qui. Purtroppo non ho tempo per verificare, perchè il tour è già finito. Ma queste tre ore in favela mi hanno aperto la curiosità, e così ho raccolto tante info per chi di voi volesse aprire la mente e la pancia ad una realtà cosi’ differente e cosi’ simile alla nostra.

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Innanzi tutto come ho già detto all’ inzio, mai e poi MAI andare da soli in favela. Ci sono diverse associazioni e tour operator che organizzano tour. Non vedetele come “un lucro”, ovvero: mi chiedono soldi per andare a vedere una triste realtà. Primo, una parte dei soldi viene sempre devoluta ad associazioni in favela. Secondo, nessuno ci lucra sopra, ci sono persone che di professione fanno le guide e questo è il loro lavoro, senza alcun lucro. Terzo, questa realtà non è così triste come pensate. E’ difficile, molto difficile. E’ dura, è spietata. Ma fa parte della diversità del mondo. E come in tutte le realtà ci sono le brave persone e le cattive persone. In favela non sono tutti narcotrafficanti, spacciatori e pronti col mitra in mano a sparare  a te, turista, e pronti a derubarti. La favela è abitata da tante persone che hanno un lavoro dignitoso. Il ragazzo della reception del tuo hotel è uno di questi. Il signore che ieri sera ti ha riaccompagnato in taxi vive anche lui in favela e ha una moglie che è la cassiera del supermercato dove oggi hai comprato la frutta e i figli studiano e parlano inglese meglio di te. A proposito di inglese, fatto curioso è che in favela quasi tutti parlavano inglese, dal ragazzino di tredici anni alla signora che vendeva braccialetti. E al museo facevano fatica a capire “can i have two tickets please”.

Detto questo, se volete gustare un pranzo tipico brasiliano, preparato con ingredienti genuini, e gustarlo in un posto genuino come un bar di favela, potrete farlo tranquillamente senza aver paura di alcuna conseguenza, fisica o intestinale.

In Rocinha vi consiglio di contattare i  ragazzi che gestiscono l’associazione Il Sorriso dei miei Bimbi, vivono in favela e sono italiani. Si occupano di diversi interessantissimi programmi sociali oltre ad organizzare tour in favela in italiano.

Per una pausa caffè in favela potrete visitare il Garagem das Letra, il primo caffè leterario nato in Rocinha, una libreria caffè gestita dai giovani della Comunità, luogo di cultura e aggregazione e piccolo bar di prodotti naturali.

Altro posto degno di nota è la Barraca das Bahianas, che gode di una buona fama a Rocinha, e riportato anche dalla “Guida gastronomica alle favelas di Rio” (purtroppo disponibile solo in portoghese al momento!).

Se volete gustarvi in favela la tradizione della fejolada al sabato, Dida ve la preparerà seguendo la ricetta originale preparata con gli scarti poveri del maiale.

Per il resto riso, fagioli, pollo, farofa, acai e frittini tipici sono disponibili a palate in tutti i bar del quartiere, e la vostra guida non avrà problemi a farvi assaporare quello che volete.

Come dice Sergio Bloch, editore del libro sopra citato, “Food is an excellent tool for breaking down the prejudice”, il cibo è un ottimo strumento per spezzare i pregiudizi.

Allora gente, spezzateli, e fatevi ‘na bella magnata in favela!

 

 

 

 

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